LA COMMEDIA TRAGICA
 

Fu nel mezzo di un angosciosa crisi di coscienza che ci venne una barbara idea che avrebbe portato lo scompiglio nelle nostre vite per un lungo periodo. Mancavano tre settimane a carnevale, e io proposi un qualcosa di nuovo per scuoterci dall'apatia secolare in cui ci dibattevamo: mettere su uno spettacolo teatrale. La proposta suscitò ampi consensi e larghe ovazioni. Dopo dieci minuti di frenetiche consultazioni a base di bestemmie, ghignate, calci negli stinchi, era tutto stabilito: copione, musiche, interpreti, una quindicina di attori in tutto. Mancava il teatro, ma a questo si rimediava subito, la "prima" sarebbe andata in scena nel teatrino della parrocchia del Sacro Cuore.

Il sabato seguente andai fiducioso, per mettermi d'accordo con il parroco. Avevo l'abbigliamento delle grandi occasioni: giaccone avana con pellicciotto, cravattona, calzoni blu, sciarpa bianca, e l'implacabile valigetta di pelle nera, generalmente vuota, che portavo per darmi un contegno, un tono serio.

Mi presentai in sacrestia, e dovetti subito fronteggiare l'assalto di un barbuto frate cappuccino, che cercava di convincermi sull'immortalità dell'anima che ha sempre vissuto in contemplazione ecc. Lo schivai con un abile colpo di valigetta.

Intravidi il parroco che si dirigeva in chiesa, e mi precipitai senza indugi, salutandolo. Egli mi rispose, facendomi cenno di seguirlo. Lo seguii, entrammo in chiesa, lui si fermò davanti a una statua e cominciò a spolverarla.

-Parla pure. mi disse. Io attaccai con enfasi:

-Allora, dato l'avvicinarsi delle carnascialesche ricorrenze, con un gruppo di amici, avremo pensato di mettere in scena...- mi voltai e vidi che il parroco era passato a lucidare un altra statua. M'affrettai a raggiungerlo.- ...di mettere in scena una sorta di spettacolo, più che altro una rassegna d'arte varia, che dia slancio a un umorismo prettamente...

Mi accorsi che il parroco era scalato di un altra statua. Lo raggiunsi di nuovo: -... un umorismo, dicevo, prettamente popolare, ma senza, per questo...

Il parroco si girò:

-Va bene, venite alle cinque, voglio vedere chi siete.

E detto ciò scomparve nei bui meandri della chiesa.

Bisognava quindi avvisare gli altri, volai a casa e telefonai a Massimo, suonatore di trombone, discòmane incallito e amante della buona tavola; gli riferii le parole del prete, e gli dissi di trovarsi in chiesa alle cinque. Avrebbe portato anche Fausto, ex seminarista, maniaco della liturgia, amante del sacerdozio, ma che bestemmiava da competizione. In compenso suonava la tromba discretamente. Quindi avvisai Amedeo, barbuto suonatore di sax tenore, appassionato di geologia marina ma, sopratutto, unico ad avere la patente.

-Ma che dobbiamo veni' a fa'? disse subito.

-Ma dai, ci procuriamo un bel teatro senza spendere una lira. Adesso andiamo, facciamo una bella impressione al prete, e via, affare fatto.

Insomma andammo, alle cinque eravamo lì, puntuali.

Alle cinque e un quarto cominciammo a scrutare l'orizzonte, in cerca dei nostri amici.

Alle cinque e trenta ci cominciammo a preoccupare.

Alle cinque e quarantacinque cominciarono i miraggi.

Alle sei ci muovemmo, e andammo verso l'edicola, dove Amedeo tentava da anni di ottenere il giornale gratis, accampando oscuri legami con la massoneria. Il massimo compromesso a cui voleva scendere era uno sconto del settantacinque per cento.

Mentre Amedeo intavolava un dibattito con il giornalaio, coinvolgendo numerosi passanti, io scorsi in lontananza Massimo.

-E Fausto dov'è?

-Eh, c'era in cattedrale una messa col vescovo...

Non ebbe bisogno di aggiungere altro, capii al volo. La terribile clericomania tremens aveva colpito ancora!

Ci voltammo, e vedemmo l'edicola circondata da una turba acclamante. Si erano formate fazioni: c'era chi appoggiava Amedeo, inneggiando all'autoriduzione; c'era chi invece sosteneva i diritti degli edicolanti; e c'era chi non aveva capito niente e inneggiava alla pace nel mondo e al disarmo.

Ci intrufolammo nella mischia, e tirammo fuori Amedeo, lasciando la folla a scalmanarsi intorno all'edicola. (apprendemmo in seguito che l'agitazione si era protratta fino a tarda ora, con incidenti e contusi, finché a un certo punto i contendenti avevano lanciato l'idea di un referendum, ed erano andati a fare una spaghettata)

Ci presentammo al parroco sfoderando uno smagliante sorriso da pubblicità di dentifricio.

-Allora, fece quello, in che consiste lo spettacolo?

-Ecco, in occasione dell'avvicinarsi delle carnascialesche ricorrenze, avremo pensato di mettere su una sorta di spettacolo, più che altro una rassegna di arte varia, che dia slancio ad un umorismo prettamente popolare, ma senza per questo sfociare in quelle manifestazioni proprie...

-Va bene, ma che fate, balletti, canzoni?

-Be', veramente recitiamo, poi ogni tanto un po' di musica, a sostegno ...

Pausa d'effetto.

Il parroco cominciò a scrutarci con occhi da inquisitore. Dopo un po' iniziammo a vacillare davanti a quello sguardo giudice. Amedeo in particolare, sudava come una bestia, perché, essendo ateo convinto, si sentiva nella gabbia del leone.

-Va bene, andiamo, vi mostro il teatro.


 

Entrammo. Sembrava un quadro di Dalì.

Un palco in muratura, col pavimento di piastrelle.

Una platea con duecento e rotti posti (molto rotti).

Un osceno sipario sbilenco.

Quintali di polvere troneggiavano ovunque, e ragnatele oceaniche evidenziavano lo stato di abbandono.

Un lieve senso di scoramento ci salì in gola.

-Oh, qui credo che dovrete dare una pulita, alla buona...


 

Ci salutammo, dandoci appuntamento per il lunedì successivo, per mettere a posto.

Il lunedì, io ero lì puntuale, alle 18.00. Alle 19.00 c'eravamo solo io e Massimo. Decidemmo di cominciare da soli. Massimo pensò di pulire il palco, e lasciare a me la platea. Poveretto, non sapeva cosa l'aspettava. Essendo usata talvolta per il catechismo, la platea aveva conosciuto in epoche recenti il passaggio di qualche strofinaccio. Il palco invece era come l'aveva lasciato il pellegrinaggio dell'anno santo 1950. Appena fu accesa la luce sul palco, Massimo ricevette come una mazzata fra gli occhi. Svenne all'indietro, sollevando stratocumuli di polvere.

Dopo qualche minuto di raccoglimento, cominciammo di buona lena a spalare il pavimento. Nel giro di qualche minuto si era alzato un nebbione da far invidia alla val padana.

-Massimo, ma tu vedi qualcosa? gridai dal fondo della platea.

-Che hai detto? fece qualche passo nel polverone, e cascò dal palcoscenico, ammucchiandosi orrendamente sulla prima fila di poltroncine. Un urlo disumano sovrastò lo schianto d'ossa e legno infranto.

-Che succede? gridai, e mi lanciai al soccorso, ma nella nebbia proseguii di troppo la corsa, infilai l'uscita, e mi ritrovai in sacrestia, inseguito dal nebbione polveroso. Alcune vecchie che si trovavano lì per ingraziarsi i luoghi santi, al vedermi comparire, tutto pieno di polvere, seguito dal nuvolone, e con la scopa in mano, fuggirono a precipizio verso le montagne, urlando:

-Il diavoloooo...!!! e facendosi il segno della croce.

Frattanto la polvere aveva invaso i locali della parrocchia, e cominciava ad entrare in chiesa, dov'era in corso una funzione. Una strana inquietudine prese i fedeli, e dopo un po' tra essi cominciò a serpeggiare il panico.

La situazione si faceva seria.

Entrai nella chiesa, e al buio mi accostai alla parete per guadagnare l'uscita. Inciampai categoricamente in tutte le statue, finché uscii a riveder le stelle. Il polverone imperversava, e si udivano grida disperate provenire dalla chiesa. Pensai che non potevo abbandonare così quel poveraccio di Massimo, e mi rituffai nel polverone, in direzione del teatro.

Quando due ore dopo il polverone cominciava a dileguarsi, mi ritrovai nel bagno di una casa adiacente la chiesa.

Ci allontanammo alla chetichella, dandoci appuntamento per il mercoledì. Fra le altre cose avremo distribuito le parti.


 

Mercoledì pioveva clamorosamente.

Arrivai in anticipo alla chiesa, e aspettai. Dopo un po' vidi un individuo che correva dall'altra parte della piazza, senza ombrello, sotto una pioggia sferzante. Era Massimo.

Nel centro della piazza c'era una pozzanghera, non tanto larga, ma lunga quanto la lunghezza della piazza stessa. Massimo la studiò, osservò bene, fece i suoi calcoli, poi fece qualche passo indietro, prese la rincorsa, e sprofondò fino alle ginocchia al centro della pozzanghera, prendendo in pieno l'unico avvallamento dell'asfalto nel raggio di un chilometro. Cercando di rimediare, spiccò un balzo per raggiungere il marciapiedi circolare che stava al centro della piazza, ma mise male il piede, e scivolò lungo disteso, sollevando un turbinio di schizzi che mi fece pensare alla pubblicità di un villaggio turistico marino.

Imprecando atrocemente si rialzò, riuscì a salire sul marciapiedi, ma stavolta, senza neanche il tempo di rendersi conto di quello che succedeva, arrivò una macchina a forte velocità, che passando nel mezzo della pozzanghera lo ridusse grondante come albero dopo la tempesta...

Arrivò in chiesa sacramentando come un turco alle crociate.

Anche quella sera non si vide nessun altro, ma ultimammo la preparazione tecnica, e dividemmo le parti.

Il giorno successivo, giovedì, io e Amedeo andammo alla chiesa, ma trovammo le porte sbarrate, non c'era nessuno, non solo dei nostri, ma anche il prete mancava. Erano le sei del pomeriggio, pareva mezzanotte: buio pesto.

-Vorrà dire che entreremo dal retro. dissi

Per entrare dal retro si passava per un cortilaccio buio e non asfaltato, che con la pioggia era diventato pieno di pozzanghere scivolose.

-Ahò, e qua non si vede niente! disse Amedeo.

-Non c'è problema, seguiamo il muro, poi dopo la curva basterà seguire la luce in fondo. Bisogna solo stare attenti a non scivolare...- e finii lungo disteso a terra, nell'acqua.

-Aspetta, ti aiuto. - disse Amedeo. E infatti mi aiutò, io mi rimisi in piedi, ma fu lui a finire lungo disteso al posto mio. Mi sbrigai ad aiutarlo, ma non si vedeva proprio niente, e per cinque minuti mi sforzai di rialzare un sacchetto di cemento, mentre Amedeo si sbracciava disperatamente per farsi notare.

Bene o male, arrivammo a quella fatidica curva, dove sarebbe bastato seguire la luce che filtrava dal fondo. Ma appena voltato l'angolo ci sentimmo perduti: la luce era spenta!

Amedeo svenne senza dire una parola. Io feci per appoggiarmi a un albero, con fare da eroe stanco, ma al buio lo mancai clamorosamente, finendo un altra volta nell'acqua.

Amedeo rinvenne, e con scatto felino si rialzò e avanzò velocemente nell'oscurità, infrangendosi contro l'albero che io avevo mancato. Si abbatté nella mia pozzanghera, emettendo un curioso sibilo.

Ci rialzammo, e cominciammo ad avanzare con cautela. Evitammo ampiamente la fila d'alberi, eseguimmo una serie di saltelli per evitare le pozzanghere, ma le centrammo tutte con una precisione tremenda. Dopo dieci minuti eravamo immersi nel buio e disperati, la porta era a soli tre metri da noi, ma avevamo perso completamente l'orientamento, e ci sentivamo come naufraghi nell'oceano indiano. Dopo altri dieci minuti, Amedeo, persa ormai ogni speranza, si stava preparando un giaciglio in cui passare la notte in attesa dei soccorsi. Cercai di scuoterlo dalla sua abulia, allentandogli un ceffone, ma il buio mi tradì ancora, e centrai in pieno un lampioncino una volta adibito all'illuminazione. Saltai all'indietro urlando come una bestia, e calpestai un rastrello che rimbalzò all'indietro e colpì Amedeo alla nuca. Il tapino cadde in avanti gorgogliando, ma centrò l'unico cespuglio di ortiche della zona. Saltò con scatto da primatista mondiale, e attaccò una corsa forsennata che finì quasi subito, contro un pilastro in cemento armato. Il tonfo si sentì nel raggio di due chilometri. Dopo due ore ci ritrovò una pattuglia antiabigeato dei carabinieri. Deliravamo, Amedeo stava discutendo animatamente da mezz'ora con San Benedetto, sull'ordinamento delle abbazie nel primo settecento. Quanto a me, recitavo Dante a una carriola.

Giunti finalmente in teatro, dopo tante peripezie, cominciammo i lavori.

-Io mi metto dietro questa tenda con l'impianto sonoro...- disse Amedeo.

-Ma, non so se sia sicuro...- azzardai.

-Mannò, perché non dovrebbe essere sicuro? Per aprire il sipario posso tirare questa corda...

Tirò quella corda, e gli venne addosso tutta l'impalcatura.

-Forse hai ragione tu... credo anch'io che non sia tanto sicuro...- squittì da sotto le macerie.

-Vado a prendere una scala, tu non ti muovere!

Raccomandazione inutile, era sotto due tonnellate di tendaggi ottocenteschi.

Riuscii a trovare una scalaccia da muratori, del peso di circa tre quintali. Mentre straportavo quel mastodonte, incontrai il vice parroco.

-Oh, Marco, mi dicono che fate uno spettacolo, di che si tratta?

Posai la scala e cominciai con aria professionale:

-Gli è che, nell'avvicinarsi delle carnascialesche ricorrenze, avremmo pensato di mettere in scena uno spettacolo d'arte varia che dia slancio sopratutto a un umorismo prettamente popolare, ma non popolaresco, senza cioè sfociare in quelle manifestazioni triviali che oggi...

-Bravi, bravi- mi interruppe, e sparì, inghiottito dalla notte.

Ripresi il cammino, quando arrivai sul palco Amedeo era ancora sotto i tendaggi, Lo liberai, rantolava: era in un bagno di sudore, diceva di essere l'evangelista, e aveva ripreso il dibattito con San Benedetto, questa volta sulle biblioteche amanuensi del XV secolo.

In silenzio ci rimettemmo al lavoro, riassestammo il sipario alla meno peggio, mettemmo a posto l'illuminazione, le quinte, e vari tendaggi di sfondo. Il lavoro proseguì bene, a parte qualche tragica caduta dalla scalaccia, con rovinosi atterraggi, generalmente contro il muro.

Per provare bene l'acustica, Amedeo si sistemò al centro della platea, mentre io recitavo qualche battuta.

Ad un tratto andò via la luce!

Amedeo, al centro della sala, si sentì perduto.

-Cammina lentamente e con le braccia tese, così da sentire se ci sono ostacoli.- dissi.

-Non ti preoccupare, non ci sono ostacoli...

E inciampò negli scalini che portavano al palcoscenico.

-Vieni da questa parte, c'è la porta.- dissi, e ci dirigemmo dalla parte opposta all'uscita. Dopo molte inciampate e incraniate, riuscimmo ad arrivare al corridoio. Buio cosmico.

Ci prese lo sgomento.

Fortunatamente in sacrestia c'era la luce, era saltato un interruttore, evidentemente, solo la zona del teatro era al buio. Bastava quindi andare al quadro elettrico e rimettere a posto l'interruttore, ma quale? Ce n'erano a dozzine.

-Dai, metti a posto, che tu sei pratico.- dissi a Amedeo.

-Ma questa è una chiesa, e io sono ateo!

-Be', e che c'entra?

-Ehm, io non ho dimestichezza con gli ambienti sacri.

-Ma dai, che gli interruttori sono uguali dovunque!

Niente, lui era un ateo convinto, e incominciò subito una violenta requisitoria, il succo della quale era che per lui era già troppo il trovarsi in una sacrestia ecc.

Fortunatamente giunse il parroco, che sistemò le cose. Tornammo quindi in teatro per finire di sistemare la scenografia.

C'erano da spostare alcuni oggetti d'arredamento, Amedeo prese un podio, lo sollevò e velocemente lo stava trasportando alla sua sede, quando andò via di nuovo la luce!

Amedeo, col podio tra le braccia, proseguì la sua corsa, cadde dalla ribalta, e si abbatté contro la prima fila di poltroncine. Io provai ad avanzare, ma urtai contro una sedia, e caddi all'indietro, trascinandomi il fondale appresso. Amedeo riuscì a risalire sul palco, ma proseguì diritto, e finì sui fondali, finendo di massacrarli. Io mi aggrappai a uno spigolo, per rialzarmi, ma quello spigolo apparteneva a un tavolino a rotelle: caddi pesantemente al suolo, mentre il tavolino finì a urtare Amedeo allo stomaco. Il meschino stramazzò finendo di nuovo contro le quinte.

Ritornò la luce, pareva ci fosse stato un terremoto...

I fondali, fatti di cartapesta, erano ormai irrimediabilmente distrutti. Ci affrettammo a nasconderli nei bidoni dell'immondizia. Con il parroco avremmo poi fatto gli indifferenti. E così avremo recitato sullo sfondo di un vecchio schermo da cinema.

La luce andò via una terza volta!

Questa volta ce ne andammo anche noi. Anche quel giorno non era venuto nessun altro, ma avevamo combinato più guai di un plotone di guastatori. Comunque il giorno dopo telefonai agli altri. Diamine! dovevamo essere una quindicina, sulla carta, e invece eravamo sempre i soliti tre.

Le cose con gli altri si misero subito male. Tre si ritirarono immediatamente, accampando malesseri vari e manie di persecuzione. Altri quattro dissero che in fondo loro non erano adatti, erano complessati, fifoni, crisi esistenziali, miraggi consumistici ecc.

Andava male. Ci ritrovavamo in otto.

Comunque sia, decidemmo di essere in numero sufficiente. Bisognava ora pensare alla pubblicità. Convocai Massimo, che ricopriva il rango di aiuto-regista. Avevamo gli inviti, stampati gratis da un amico, che aveva usato carta riciclata, cioè in pratica li aveva stampati sul retro di volantini elettorali delle ultime elezioni.

-Allora, qui ci sono gli inviti, alle persone importanti li spediamo a mezzo posta, a quelle meno importanti li recapitiamo a mano, ai semplici conoscenti, amici, e persone di poco conto glieli diamo personalmente, se li incontriamo per strada.

-Ma il biglietto non si paga?

-No, la "prima" sarà solo su inviti, per le repliche, vedremo... - e qui feci un epico gesto di gassmaniana memoria.

Spedimmo comunque un buon numero di inviti, in maniera da assicurarci un centinaio di persone come minimo pubblico.


 

Lunedì: restavano cinque giorni allo spettacolo, fissato per il sabato. Era una delle prove decisive!

Quattro attori erano impegnati per quel giorno, ma di questi, solo tre avevano giurato fedeltà assoluta. Erano, oltre a Fausto, seminarista già citato: Rodolfo, maniaco del poker, titolare di un oscuro diploma di scuola superiore, che vagava all'università da una facoltà all'altra; Fabio, elettrotecnico, maniaco della ferramenta, variamente complessato, aveva però un profilo facciale interessante, era stato contattato da vari registi di film dell'orrore; Stefano, suonatore di sax tenore, mezzacucchiara, apprendista tipografo, che dopo aver conseguito quasi per errore la licenza media, vagava senza meta da un ufficio di collocamento all'altro. Ne mancava uno, Danilo, clarinettista, ragioniere in vacanza, aveva disertato dicendo che le luci della ribalta lo accecavano. E così rimanevamo in sette. Mah!

Insomma, quel lunedì eravamo solo io, Massimo e Amedeo, ma fu l'unica prova ben riuscita. Provammo le scene, le battute, poi cominciammo a pensare al successo che avremmo avuto.

Ci stavamo caricando come bestie, immaginavamo le ovazioni, gli applausi, le foto. Già leggevamo i titoli dei giornali, le critiche stupende. Vedevamo i trionfi per le strade, le repliche, c' immaginavamo ogni sorta di onori.

Ci montammo la testa in modo ignobile. Quella notte sognammo di ricevere l'Oscar dalle mani di Jane Fonda e Ornella Muti.

Tutto procedeva liscio come l'olio, forse...troppo liscio; c'era pericolo di scivolare...mah!

Mercoledì': ci vedemmo per l'ultima prova.

Eravamo solo io e Massimo!

Ma non ci scoraggiavamo, anzi, provavamo le nostre battute,poi andammo in cerca di un tavolo, visto che quello che avevamo era troppo piccolo.

In una sala per riunioni parrocchiali ne trovammo due.

- Perfetto - fece Massimo - prendiamo questo, ch'è più leggero. Lo prendemmo, lo sollevammo, ma caddero a terra i piedi. Lasciai il piano nelle mani di Massimo che inverdì per lo sforzo. Mi accinsi a rimettere i piedi del tavolo al loro posto.

Ne presi uno, lo infilai al suo posto. Teneva. Bene. Ne presi un altro e lo misi a posto, quando sentii un rumore. Mi voltai. L'altro piede era caduto. Misi bene quello che stavo sistemando, poi ritornai al primo. Questa volta lo sistemai con cura. Passai al terzo. Ma udii un altro rumore. Gli altri due piedi erano caduti! Decisi di lasciar perdere e mi rialzai. Massimo era diventato cianotico per lo sforzo, sbuffi di vapore gli uscivano dalle orecchie, i denti gli cigolavano.

- Puoi metterlo giù, prendiamo l'altro - dissi e gli diedi una pacca sulla schiena. Si abbatté al suolo di schianto. Fortunatamente l'altro tavolo non era troppo pesante, ma sorse un problema. Non potevamo passare dalla porta per certi lavori che stavano facendo.

Decidemmo di passare il tavolo dalla finestra, eravamo al pian terreno. Con gran fatica lo poggiammo sul davanzale.

- Attento, Massimo, tu vai fuori e prendi il tavolo quando te lo passo, chiaro?

- limpido - e andò fuori - Ci sono!

- Bene, ora attento, ti mando il tavolo, prendilo sicuro che lo mando giù lentamente, piano piano...

Il tavolo scese dalla finestra con la velocità dell'espresso Roma - Napoli. Colpì Massimo e lo sbattè al suolo, solo che in quel punto non c'era il suolo, ma un tombino della rete fogniaria, aperto!

Arrivai in tempo per sentire gli echi di un disperato grido che si spegneva al centro della terra...

Intervennero i vigili del fuoco, e dopo due ore lo tirarono fuori: era stravolto, farneticava, stava facendo il moderatore nel dibattito fra Amedeo e San Benedetto; disse di essere Cassius Clay, e mollò un pugno in testa a un vigile, ma quello aveva l'elmetto e l'urlo di Massimo si sentì nel raggio di tre chilometri.

- Credo che questo spettacolo non sia nato sotto una buona stella... rantolò mentre lo caricavano di malagrazia su un'ambulanza. Cominciavo a pensarlo anch'io... Mah; ormai si era in ballo e si doveva ballare.

Comunque Massimo uscì la sera stessa dall'ospedale, non tanto perché stava in salute, ma perché c'era non si sa che sciopero degli ospedalieri. Lo scaraventarono fuori a calci, senza scarpe.

- Aò villani! E le scarpe non me le ridate??

Un chirurgo che leggeva "Famiglia Cristiana" gliele lanciò dalla finestra, centrandolo in piena faccia con assoluta precisione. Qualche passante applaudì...

Giovedì': La direzione dello spettacolo, cioè io, Amedeo, e Massimo, si doveva riunire, per incidere la colonna sonora. Massimo non poté venire, avendo ancora i postumi del ricovero del giorno prima.

Incidemmo comunque le musiche, e tutto andò bene.

Venerdì sera la prima botta: Fausto non poteva partecipare perché era partito con il padre per una destinazione ignota. In cuor nostro lo mandammo verso un'altra destinazione, questa molto nota, anche se un po' oscena.

Rimanevamo in sei, pochi ma buoni!

Fummo costretti ad anticipare lo spettacolo alle 18:00 anziché le venti e trenta, questo perché alle 21:30 c'era in tivù un film pornografico che Massimo doveva ASSOLUTAMENTE vedere.

Dovevamo quindi telefonare a tutti gli invitati, per avvertire del cambiamento( naturalmente usammo il telefono di Massimo).

- Vorrà dire che ci vedremo questo film... dissi io.

Amedeo scoppiò a piangere. Aveva la televisione a colori guasta.

SABATO! GIORNO "X"!!

Alle quattro precise andammo a prendere Massimo che doveva portare l'attrezzatura sonora. Ci recammo in teatro. Scaricammo tutte le attrezzature si scena: costumi, attrezzi, armi, microfoni, clarino (mio), sax (di Amedeo), un trombone (di massimo), un vassoio, una brocca d'acqua senza acqua, uno zaino, un pugnale, un cappotto (facoltativo) ecc.

- Ragazzi, disse ad un tratto Massimo, dov'è l'amplificatore?...

Lo guardammo.

- Be' per la piastra io ho solo il riproduttore, poi per fare sentire il suono ci vuole l'amplificatore...

Amedeo gli si avvicinò, con la sua barba, e con voce da contrabbasso gli chiese.

- E' vero?

- Massì ve l'ho detto... Amedeo svenne immediatamente. La situazione era preoccupante...

Con Amedeo decidemmo di farci prestare da un nostro amico un registratore stereo di una certa potenza, per supplire alla mancanza di attrezzature; fra l'altro quell' amico abitava a poca distanza dalla chiesa.

-Allora tu aspetta qua e non far entrare nessuno. Dicemmo a Massimo e ci avviammo.

Bisogna dire per cronaca che eravamo in costume di scena. io: divisa blu, stile aviazione, con grossi alamari biancoargentei, un basco nero con fregio nostalgicheggiante. Amedeo: a parte l'implacabile barba, aveva un orrenda giacca a vento, calzonacci di velluto con risvolti, scarpacce di cuoio alla disperata, canottiera di marca, un calzino chiaro uno scuro, occhialoni da sole stile "calabrone".

Attiravamo l'attenzione, insomma.

L'opinione che si diffuse era che Amedeo dovesse essere una specie di anarchico laico, e io una guardia che lo aveva arrestato; fatto sta che molti mi guardavano con simpatia, rivolgendomi cenni di incoraggiamento e di appoggio, mentre Amedeo era guardato come si guarderebbe uno che non conosce l'uso della carta igienica.

Un pensionato in finestra si mise ad applaudire.

Arrivammo comunque a casa di quell'amico, fra due ali di folla. Quando entrammo nel portone un mormorio di curiosità corse tra la folla:

- Lo sta riportando alla casa!

- No, ne gli so' mai viste a chiglie!

- Forse gli chiude a ca' parte.

- Me sa che gli schiaffa a 'n angole e ce spara 'n ciocca!

- Aò, glie barbone tè 'na faccia da 'ntraciate!

- Ma la divisa de chella guardia nen la so' mai vista!

- Tè da èsse' cà corpo speziale.

- Se dice speciale, no speziale. Ch'è ne farmacista?

- Eccoli, stanno a uscì!!

Uscimmo infatti , l'amico non c'era. Facemmo due passi, la folla si aprì.

- E adesso come facciamo? dissi io sfiduciato.

- Be', io a casa ho un registratore, stereo, piccolo ma potente, venti watt, lo possiamo prendere...

Abitavamo a circa due chilometri di distanza.

Guardai l'orologio, le 17:20. Forse correndo?...perso per perso...

- VA BENE ANDIAMO!!! E scattammo alla bersagliera, lasciando la folla con gli occhi sbarrati.

- Passa di qua si fa prima! Disse Amedeo infilandosi in una stradina laterale.

- Ma è dissestata - obbiettai io seguendolo.

- Mannò l'hanno messa a posto...

E si incraniò a terra inciampando in una serie di buche che parevano un mitragliamento.

Si rialzò in silenzio e riprendemmo a correre. Sbucammo sulla strada principale, e immediatamente superammo una 127, e ci affiancammo a un Ford Escort.

- Tieni la destra! dissi a Amedeo, che fece uno scatto polemico a destra, uscì fuori strada, e finì in un pollaio, dove concluse la corsa contro un albero.

Lo schianto si sentì fino in teatro, facendo sobbalzare Massimo che intuì che una tragedia si stava compiendo da qualche parte.

Raccolsi Amedeo, e riprendemmo la strada, stavolta camminando.

Dopo qualche passo, decidemmo di fare un'altra corsetta: scattammo improvvisamente, facendo imbizzarrire un cavallo, che si lanciò in una corsa indiavolata, trascinandosi dietro il carretto e il contadino (dopo due settimane furono trovati i resti del carretto e il cavallo e il contadino vennero dati per dispersi, abbandonando le ricerche in mare).

Arrivammo ad un incrocio senza semaforo, e fummo costretti a fermarci. Significava perdere tempo.

- Io vado! Savoiaaaaaaa....!! e Amedeo si tuffò!

Sopraggiunse nel medesimo tempo una 128 d'assalto con turbocompressore! Fu una frenata che fece girare tutti nel raggio di settecento metri:

l'auto si fermò ad un centimetro esatto da Amedeo, che divenne bianco come uno cencio e come tale si accasciò al suolo,

Mi lanciai anch'io, ma sbucò d'improvviso una Giulietta 2000, Per evitarmi quello si buttò fuori, e prese in pieno una colonnina d'acquedotto.

Io fuggii appena in tempo per evitare una cascata di acqua gelata.

Mi ritrovai con Amedeo e fuggimmo lasciandoci alle spalle un alluvione.

Arrivammo finalmente a casa. Erano le 17:31; Amedeo corse a prendere il registratore, ma abitava al nono piano, e l'ascensore era guasto.

Andò e tornò di corsa. Era cianotico, rantolava da far paura e aveva un embolia polmonare,

Uscimmo dal cancello alle 17:37.

Riprendemmo la corsa, sentendoci prossimi alla fine.

Arrivati in vista di quell'incrocio, vista la moltitudine, decidemmo bene di tagliare per i campi.

Arrivammo in teatro alle 17:54. Eravamo sudatissimi. Io non ci vedevo più, mi buttai a terra rantolando. Amedeo era uno straccio, aveva ripreso il suo dibattito con San Benedetto, stavolta sugli orti e sulle vigne nelle abbazie del XV secolo.

- Ma dove siete stati? chiese Massimo.

- Se te lo racconto non ci credi...- risposi sudando sangue.

Il nostro stato confusionale si aggravò. Io intervenni pure un paio di volte nel dibattito di Amedeo con S.Benedetto, e rischiai di venire alle mani con S.Tommaso che fungeva da mediatore.

Alle 18:00 precise ci scuotemmo. Era giunta l'ora! Ci contammo: io, Amedeo e Massimo.

Rodolfo e Stefano erano venuti ma se l'erano filata all'inglese; Fabio, prudentemente, non si era neanche fatto vedere. Decisi allora di arringare i superstiti:

- Ragazzi, camerati, amici! Siamo rimasti in tre, ma ciò non smuove la nostra incrollabile fede!! Lo spettacolo CONTINUA! E' una questione d'onore! Abbiamo passato un sacco di guai, e ora dovremmo arrenderci? MAI! MAI! Noi combatteremo fino alla vittoria o alla MORTE,DOBBIAMO FARLO PER IL PUBBLICO CHE CI AMA, E CHE NON DOBBIAMO DELUDERE!! VINCEREMO!!

E mentre si spegnevano le ultime note dell'inno di Mameli, e Amedeo applaudiva esaltatissimo, e Massimo si asciugava una lacrima commosso, io andai solenne ad aprire le porte del tetro, il tutto in un'atmosfera di festa nazionale. Noi attendemmo dietro il sipario.

Alle 18:15 Amedeo si affacciò. Platea vuota.

Alle 18:25 Massimo si affacciò. Platea vuota.

Alle 18:35 mi affacciai io, e vidi una persona far capolino e uscire. Ci lanciammo come samurai urlando, lo ripescammo era un compare di Massimo, suonatore di corno. Alle 18:50 in platea c'era solo un musicista compare di Massimo. Alle 18:55 entrò un'altra persona, un maresciallo dell'aeronautica amico mio.

Con questi due spettatori restammo lì fino alle 19:10.

Alle 19:30 la situazione in platea era la seguente:

UN musicista, Un maresciallo dell'aeronautica, Un maresciallo della Guardia di Finanza in pensione (mio nonno).

La situazione sul palco: io in preda ad un semi-collasso, Massimo in preda a "delirium tremens" con miraggi, Amedeo immerso in grave crisi mistica, con sporadici interventi nella conferenza con San Benedetto.

Per puntiglio volemmo recitare qualche scena, poi gli spettatori se ne andarono. E noi rimanemmo soli.

Eravamo in quattro:

IO.

Amedeo.

Massimo.

e un fiasco clamoroso.

Cercammo di riflettere, cosa era andato storto, ma ci venne in mente una sola cosa, a tutti e tre, contemporaneamente.

Fu questione di uno scambio di sguardi... prendemmo l'attrezzatura e fuggimmo sugli appennini!


 


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