CAPITOLO 5
L'indomani, mi sveglio ad un orario tutto sommato non eccessivo, per i miei standard. Mentre mi preparo, squilla il telefono.
“Si?”
“Ranieri.”
È Blendi. La cosa mi allarma di colpo.
“Buongiorno, “ dico, “che succede?”
“Non c'è nulla di buono, per ora.”
“Cioè?”
“Ne abbiamo un altro…”
Non c'è bisogno di aggiungere altro. Ho già capito di che sta parlando.
“Perché lo dici a me?”
“Perché ti ritengo coinvolto. Perché ci sei dentro dall'inizio. E perché devo sfogarmi con qualcuno…”
Il suo tono di voce è abbastanza affranto.
“Puoi dirmi qualcosa, o dobbiamo vederci?”
“Ecco, se potessi venire qui, te ne sarei grato.”
Niente per telefono. La situazione si aggrava.
“Dove?”
“Dove ci siamo visti ieri, due volte.”
L'obitorio quindi.
“Dammi il tempo di mettermi qualcosa addosso, e arrivo.”
“Sta tranquillo che con quello che abbiamo qui, non ti noterà nessuno, anche se arrivi in mutande…”
Bene, nonostante tutto riesce a mantenere l'ironia. Questo è un dato positivo.
Butto giù un caffè, mi lavo e mi vesto, dopodiché esco e vado verso l'obitorio.
Anche stavolta, non so cosa pensare. Arrivo all'obitorio senza accorgermene, col cervello praticamente in ferie. In trance. O in bus.
Lo trovo fuori dell'obitorio.
“Le cose si complicano, eh?” mi accoglie con un sorriso amaro.
“Chi è, e dov'è saltato fuori?” chiedo saltando i preamboli.
“Stavolta è una donna. Identificata. Un infermiera del reparto analisi. Ieri sera era in servizio, staccava alle ventidue, non è tornata a casa. L'hanno trovata stamattina nel parcheggio.”
“Solito aspetto?” chiedo.
“Si, mummificata, secca e senza una goccia di sangue.”
“Si può vedere?”
Lui fa cenno di si col capo, butta la sigaretta, e mi fa cenno di seguirlo.
“Tieni, metti questa.” Dice, e mi porge una mascherina da chirurgo. Sembra impregnata di qualcosa di disinfettante. Lo guardo, lui mi dice:
“Ho fatto come dicevi. Intanto, per dare una parvenza di razionalità, facciamo finta di aver a che fare con un caso di malattia infettiva. Come fosse un virus.”
Io annuisco, mentre indosso la maschera. È giusto, non si sa mai, e anzi, in questo caso non si sa proprio.
Entrando, noto che l'atmosfera è cambiata. Tutti indossano mascherine come questa, l'aria è tesa, e ci sono parecchi agenti con indosso proprio delle vere maschere antigas. Tutto sommato uno spiegamento di forze.
Blendi nota i miei sguardi.
“Come ti ho detto, ho cercato di fare come hai detto te. Per adesso circoscriviamo la situazione. Ma devo inventarmi qualcosa al più presto, altrimenti trapelerà la notizia, e credo che le conseguenze non saranno piacevoli.”
Già. Ci vuole poco a far scoppiare il panico.
Arriviamo a una stanza come le altre, il solito lettino, e sopra il solito corpo. Lo guardo. Si, è una donna, ed è esattamente come gli altri.
“Avete qualche risultato autoptico degli altri, finalmente?” chiedo a Blendi. Lui mi guarda.
“Ancora no. A breve dovrebbero iniziare l'autopsia del patologo.”
Lo guardo, non mi sembra a suo agio. Ci avviamo fuori. Quando siamo in strada, mi levo la mascherina, e parlo chiaramente.
“C'è altro?”
“Mancano all'appello parecchie persone.”, dice d'un fiato.
Io lo guardo meravigliato.
“Che persone?”
“Personale dell'ospedale. Non sono rientrati a casa ieri sera, qualcuno risulta sparito mentre era ancora di turno.”
Sono davvero esterrefatto.
“E in centrale ci sono molte segnalazioni di persone scomparse. Tutte tra ieri sera e stamattina.”
Mi guarda con aria preoccupata. Io ricambio lo sguardo, con eguale aria.
“Molte segnalazioni, e quante persone sarebbero, in pratica?”
“Una ventina…”
Tace, poi parla di nuovo.
“Ranieri, che sta succedendo?” mi chiede, serio.
“Che diavolo posso saperne? Mi ci hanno coinvolto, in questa cosa, e anzi vorrebbero che io trovassi una soluzione…”
Stiamo un po' in silenzio.
“Un serial killer?” azzarda lui, tanto per provare.
“Si, potrebbe essere, ma potrebbe essere tutto. Io dico che prima scopriamo come sono morte quelle persone, e prima sapremo cosa sta succedendo.”
“Già. Vedremo. Intanto io sono un po' preoccupato.”
Lo guardo, annuisco.
“Lo so. Anche io.”
“Aspetto qualche notizia dall'autopsia, poi dovrò fare qualcosa.”
È ovvio quello che intende dire.
“Si, aspetto anche io, sono curioso. Poi, in base ai risultati, vedrò cosa fare.”
Mi scruta, con occhio indagatore, poi tira fuori una sigaretta e l'accende.
“Non fumi un po' troppo, ultimamente?” dico.
“Si, forse si.”
Stiamo un po' in silenzio, facendo due passi, poi lui sbotta.
“Ma tu fai davvero l'investigatore privato?”
“Certo…” dico io, con tono neutro. “Che domande mi fai?”
“Non so, una volta facevi un altro lavoro. E certi lavori non si smettono mai. Come fare il prete.”
Lo guardo storto, non ho capito se mi sfotte o mi fa un complimento. In effetti, fino a qualche anno fa ero un ufficiale dei Servizi Segreti. Poi mi sono stancato di alcune cose, ho dato le dimissioni, e mi sono dato al nuovo lavoro, facendo tesoro delle conoscenze accumulate in tanti anni. E magari, certo, di quando in quando utilizzando i vecchi contatti, che ovviamente avevo mantenuto.
“Cambia qualcosa?” gli chiedo distrattamente.
“Qualcosa si, cambierebbe.”
Sbuffo, facendo un gesto evasivo.
“Si, se ci stessimo occupando di sovversivi, o di contestatori, o magari di nemici della patria…” dico.
Lui mi guarda a occhi socchiusi.
“Tu dici che non c'entra la sicurezza nazionale, in un caso simile?” chiede.
Lo guardo. Lui prosegue.
“Ci pensi al fatto che qui sta succedendo qualcosa che non comprendiamo bene?”
“E allora?”
“E se fosse un arma nemica?”
Oh signore… alzo gli occhi al cielo, poi lo guardo, sorridendo.
“Blendi, e chi sarebbe il nemico?”
Lui alza le spalle.
“Che ne so, un qualunque soggetto che ce l'ha con il nostro Stato, e che magari dispone di qualche aggressivo chimico particolare…”
Mi passa un brivido dietro la nuca, a queste parole.
“Senti, l'unica cosa che possiamo fare, per ora, è aspettare l'autopsia. Dopodiché ci regoleremo in merito. Se la situazione appare un po' dubbiosa, potremo pensare di investire del caso la sicurezza nazionale. E tu torni ad occuparti dei tuoi ladri di polli.”
“Dubbiosa?”
Lo guardo, appare smarrito come non avrei mai immaginato.
“Magari si tratta di un semplice virus…” cerco di sdrammatizzare, sorridendo.
“Lo sai che non è così. Forse sarà anche un virus, come dici te, ma non ci vedo niente di semplice.”
La conversazione muore così, anche perché io non ho proprio altro da aggiungere. Continuiamo a camminare, ognuno immerso nei suoi pensieri. Dopo un po' provo a riaprire un discorso.
“Ma senti, hai fatto qualche indagine su Curtis?”
Blendi mi scruta, con occhio indagatore.
“Che indagine dici?”
“Boh, per sapere qualcosa in più su di lui… ai miei tempi usavo fare così, quando mi impegnavo in un caso. In fin dei conti lui è stato il primo.”
“A che tipo di casi ti riferisci?”
“Qualunque caso. La prima regola dei servizi di informazione era che bisognava raccogliere informazioni. Di tutto. Ogni cosa poteva essere utile, anche nel lungo periodo.”
”E funzionava?”
Penso un po', prima di rispondere.
“Si, ha funzionato spesso. Non sempre, ma spesso.”
Blendi sembra pensarci su.
“Io non sono abituato a queste cose…” dice dopo un po'.
“A quali cose ti riferisci?”
“La raccolta di informazioni, il controllo della gente… io sono solo uno sbirro, il mio lavoro è prendere chi commette reati, e possibilmente impedire che vengano commessi reati.”
Lo guardo.
“Già, il controllo della gente onesta lo lasci a quelli come me, no?”
“Come eri una volta, semmai. Ora lavori in proprio.”
Sorrido.
“A voi della polizia non siamo mai stati molto simpatici.”
Mi guarda, sorride lui, stavolta.
“No, in effetti, non credo che vi abbiamo mai visto con maggiore simpatia della maggior parte della gente.”
“Con me ci hai sempre parlato volentieri, però.”
“Tu eri un amico.” Si corregge. “Sei un amico. E poi hai mollato, no? Ora sei un quasi collega. Un semplice investigatore. Privato, ma investigatore. E ti occupi di cose normali.”
“Si, fino a ieri…”
Questa considerazione fa tornare il silenzio, per un po'.
È lui a riprendere il discorso.
“Perché hai lasciato?”
Lo guardo, poi guardo avanti, scuoto la testa.
“Lascia stare.”
“Non puoi dirlo?” mi chiede con tono curioso.
“Magari non voglio.”
Annuisce, probabilmente crede di aver capito qualcosa.
Certo, posso comprendere come ispiri curiosità la mia figura, soprattutto a uno come lui. D'altronde un alto funzionario dei servizi che molla tutto per mettersi a fare l'investigatore privato… ma non è questo il punto: a prescindere dal lavoro che ho scelto, è proprio il fatto che ho lasciato i servizi che desta meraviglia.
E non è la prima volta che mi sento chiedere, quasi con timore, se è vero che ho mollato. Pare incredibile. Un uomo dell'apparato, uno della sicurezza dello stato, un ufficiale superiore, è assurdo che lasci il suo posto. Se è per questo è assurdo anche che gli venga consentito di farlo. Ma io l'ho fatto. E nessuno me l'ha impedito. Sanno che potranno sempre contare su di me, qualora servisse.
Si, forse ha ragione Blendi.
È come fare il prete. Non si molla mai del tutto.
(...)