DE VINCENTIS


LA CAMERATA BARDI

di Marco De Vincentis

 

È qualche anno che mi sono trasferito nella splendida zona del sud del senese, tanto che mio figlio è nato sette anni fa a Montepulciano.

Suono in orchestra a Roma, con due colleghi, uno di Firenze, l’altro di Arezzo, sicché ci capita talvolta, quando ci vedono arrivare, che alcuni colleghi o amici, e perfino il direttore, ci chiamano per scherzo “la camerata bardi”. Si tratta di uno scherzo bonario, accettato di buon grado da noi tre.

Ma forse qualcuno vorrebbe sapere perché ci chiamano proprio cosi, e cosa è questa camerata bardi.

La camerata fiorentina, o Camerata Bardi, è il nome con cui ci si riferisce parlando di un gruppo di nobili fiorentini, persone di cultura che oggi definiremo intellettuali, e che negli anni a cavallo tra il 1500 e il 1600 gettarono le basi di quello che sarebbe divenuto il melodramma. Essi erano i musicisti Vincenzo Galilei, Jacopo Peri, Giulio Caccini, Emilio de’ Cavalieri; i poeti Ottavio Rinuccini e Gabriello Chiabriera; Jacopo Corsi e altri.

Questi colti gentiluomini coltivavano l’illusione di far rivivere la musica greca, e usavano riunirsi in casa del conte Giovanni de’ Bardi per discutere della poesia e della musica della propria epoca, posta in rapporto a quello che si conosceva della musica greca. Bisogna dire che quel che si conosceva allora della musica greca era molto poco, dei testi di inni, e alcune teorie.

Durante queste riunioni questi personaggi indagavano il modo di ricreare la musica greca, nella convinzione che questa fosse stata migliore e più perfetta di quella della loro epoca, e anche più espressiva. In particolar modo il Galilei muoveva aspre critiche alla polifonia, sostenendo che l’eccessivo intreccio delle parti  impediva la comprensione delle parole, e quindi impediva di riprodurre i sentimenti evocati dal testo. Per tal motivo proposero di creare un particolare linguaggio musicale, che fu definito recitar cantando, in cui la musica aveva il compito di accrescere il senso delle parole, come si riteneva accadesse nell’antica Grecia.

Il pensiero sortito dalla Camerata Fiorentina fu esposto dal Galilei in un “Dialogo della musica antica e moderna” nel 1581, idea che fu ripresa da Caccini nel 1602 con le “Nuove Musiche”.

Questo gran parlare diede infine vita ai primi melodrammi, in cui i seguaci della Camerata aspiravano a un forma d’arte che si riallacciasse all’ideale espresso dalla tragedia greca, quindi realizzando scenicamente le loro convinzioni, servendosi di un nuovo stile musicale, rappresentativo e recitativo.

Chiamati “drammi per musica”, consistevano in parti cantate secondo una monodia, ossia un canto singolo, accompagnato da strumenti. Rifacendosi sempre all’idea classica, vi prevaleva il gusto dell’epoca per le favole pastorali e le vicende mitologiche.

Nei primi tentativi, che erano ligi ai principi del “recitar cantando”, veniva adottata una sorta di declamazione intonata vicina al nostro recitativo, accompagnata dal basso continuo. Successivamente iniziarono ad essere introdotti duetti, terzetti, balli, e aumentò man mano l’importanza dei cori.

 

 

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© Marco De Vincentis 2010